E’ l’argomento del giorno. Si sprecano i convegni e i workshop.
La soluzione è semplice:
- ridurre i costi
- aumentare i ricavi
- decidere per quanto tempo sopravvivere
I punti 1 e 2 sono in definitiva i più facili.
Pensiamo all’azienda FAMIGLIA. Se il capo famiglia vuole ridurre i costi può farlo immediatamente e senza l’aiuto di nessun consulente. E’ sufficiente staccare luce gas e telefono, mangiare pane e acqua e non uscire più di casa. Quanto può durare una famiglia in queste condizioni? Poco.
Facile anche aumentare i ricavi. Si ipoteca o si vende la casa al mare, si vendono l’auto e il motorino. All’estremo si può uscire dalla legalità e scegliere tra le più svariate opzioni criminali. Quanto può durare la famiglia? Poco.
Il quesito più difficile a cui rispondere è il terzo: quanto si vuole fare sopravvivere la famiglia?
Essendo carenti le risorse materiali (data la crisi) le risposte dipendono in gran parte da risorse immateriali: la fiducia e l’amore per la vita; l’affetto per familiari, parenti e amici; progetti in comune che si hanno a cuore, energia mentale e fisica di cui ancora si dispone, motiv-azione intrinseca (dal latino motus – movimento, propensione a “darsi una mossa”).
E qui interviene un problema culturale del nostro tempo: da dove nasce la motivazione?
Il mondo occidentale sembra afflitto da una malattia che qualcuno chiama “shortermismo” (dopo il benaltrismo questa ci mancava). Le “imprese“ si orientano su obiettivi di brevissimo termine. In questo senso, stando alla definizione che ne dà un noto vocabolario – “iniziative di lungo e faticoso esito” – non sono più imprese!
Le famiglie pensano alle serate, al weekend, al ponte o alle vacanze lunghe; i private equity a come speculare sui tre anni; le banche a come cedere i crediti prima che scadano; le aziende agli obiettivi mensili o ai budget semestrali.
Il risultato è che il shortermismo finisce per annoiraci tremendamente: troppo facile. All’inizio può essere eccitante ma in breve si capisce il trucco e, se non si alza continuamente la posta, con obiettivi eccitanti ancora più a breve (giornalieri, orari?), diventa noioso. Un amico recentemente mi diceva: il mio capo fa quello che dovrei fare io, si occupa di piccolissime cose.
Indotti a vivere a breve termine il progetto complesso, articolato e difficile, ci appare impossibile e quindi tendiamo ad evitarlo. E invece è proprio quello di cui avremmo bisogno. Un progetto “impossibile”
La mia ricetta per uscire dalla crisi è immateriale:
- sognare cambiamenti epocali
- innamorarsi di progetti difficili
- ritrovare energia e consapevolezza nelle proprie radici e nel proprio passato
- nutrire fiducia nel prossimo e nelle possibilità di guadagnare da uno scambio di conoscenze e culture
- perseguire il bello individuale e il buono collettivo
- giocare insieme e cercare di divertirsi tutti
Da dove cominciare? Qui ci vuol il consulente.
Caro Franco,
condivido a pieno la ricetta che proponi.
Sono felice di dirti che al momento non ho bisogno del consulente, e di questo un pò me ne vanto.
Cari saluti
Rosa
Mi fa piacere, ma non adagiarti. I consulenti sono sempre in agguato…