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Se il cervello ti inganna, tu inganna il cervello

matita tra i denti

Daniel Kahneman psicologo premio Nobel 2002 per l’economia, ha studiato il comportamento del cervello in presenza di stimoli anche molto piccoli. Basta niente per diventare tristi: un immagine, un suono, una fotografia; basta uno stupido pretesto per trascendere nell’ira: un clacson, una spinta, una parola sbagliata. Purtroppo il nostro cervello risponde in maniera automatica con emozioni che trovano le loro origini lontano dal momento in cui le viviamo. Ci inganna. Paure, rabbie, tristezze di quando eravamo piccoli e indifesi tornano a galla ora che siamo grandi, grossi e vaccinati. Come difendersi? Kahneman suggerisce di rispondere ingannando il cervello, facendo finta che… Il “corpo” memorizza alcuni comportamenti collegandoli alle corrispondenti emozioni. Se ad esempio “sente cantare”, trasmette al cervello endorfine come se fosse felice; se sente alcuni muscoli del viso contrarsi a forma di sorriso, pensa altrettanto e produce altre endorfine. I musicisti conoscono bene questa dinamica e per dare la carica, usano accordi in maggiore, quelli delle marce trionfali o dei grandi pezzi rock. Se volete un esempio cliccate qui, vi passerà qualsiasi malinconia.

Vuoi un’azienda rock?

Rock band

Per trasformare la tua azienda in un’azienda rock devi partire da tre variabili
  • Timbro: io sono fatto così!
  • Ritmo: aumentare la velocità e potenziare gli accenti
  • Armonia: passare alla tonalità “maggiore”

Timbro

  • Il timbro riguarda te stesso, la tua capacità di dichiarare apertamente chi sei: pregi e difetti,  prendere o lasciare!
  • Per farlo usa verbi in prima persona e al presente: io sono… io credo… io voglio…,

Ritmo

  • Fa parte del ritmo la velocità, il numero di battute al minuto, la quantità di attività previste nell’unità di tempo. Se sei un venditore: più visite e contatti al giorno; se sei un product manager: più proposte, promozioni, iniziative al mese; se sei in produzione più prodotti di qualità al minor costo per ciclo produttivo.
  • Anche gli “accenti” fanno parte del ritmo e servono per agevolare il lavoro del gruppo. Chi resta indietro o anticipa, grazie agli accenti può riprendere il ritmo giusto. Gli accenti sono controlli: tutta la band deve andare alla stessa velocità, chi rimane indietro rovina il lavoro di tutti. Gli accenti variano a seconda dei ruoli e delle attività. Ci sono “accenti” giornalieri, settimanali, quindicinali, mensili, trimestrali, semestrali e annuali. Ogni accento non dato è un musicista che rimane indietro o va per gli affari suoi.
  • Sono accenti anche le riunioni di verifica. Quelle rock non durano più di un’ora!

Armonia

  • Suonare in tonalità maggiore significa incoraggiarsi a vicenda, vedere solo opportunità, pensare positivo. Il tuo esempio è fondamentale.

Ti aspetto il 24 febbraio 2018, a Milano Assago, Holiday Inn ore 14,30 www.francomarzo.it

Non esistono gli stonati

stonato

C’è una buona notizia: “non esistono gli stonati”. I musicisti lo dicono e ci credono. Io mi fido, anzi da alcuni esperimenti d’aula ho scoperto che gli “stonati” emettono suoni più originali degli “intonati”. Il segreto? non riescono ad imitare i suoni! Allora chi sono i veri stonati? Nella vita ne ho incontrati, sono le persone che non sanno orientarsi nell’ambiente in cui vivono. Sono pesci fuor d’acqua, voci fuori dal coro. Anni fa durante un corso divisi i partecipanti in sottogruppi. Il gruppo A doveva andare nella stanza 1 e il gruppo B nella 2. Un manager mi venne incontro e mi chiese dove doveva andare. Rimasi sorpreso. Era dislessico, non riusciva ad abbinare le lettere con i numeri. Mi confidò alcune sue esperienze terribili. Non sapeva compilare la nota spesa ma se capiva il principio di funzionamento riusciva a trovare la soluzione. Aveva tre brevetti internazionali. Non esistono gli stonati!

GOOD INSPIRATION!

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Se vuoi motivare i collaboratori oggi li devi ispirare! Scatenare in loro la voglia di fare e di essere utili. Peter Drucker faceva notare come spesso la produttività fosse maggiore nel volontariato che nel loro lavoro retribuito. Come mai? Semplice, nel primo caso sono ispirati! Ma cos’è l’ispirazione e soprattutto da dove nasce?
L’ispirazione è un soffio potente che orienta e induce all’azione lasciandoti libero di creare, normalmente, opere d’arte! Ho trovato una possibile risposta nella musica, che di ispirazione è regina. Ve la propongo. Per trarre ispirazione bisogna condividere il mood. Vi ispira l’autunno o la primavera? Il mood è totalmente diverso, uno triste l’altro allegro. In musica il mood nasce anche (non solo) dal ritmo: grave, lento, allegro, allegro con brio. Che mood trasmettete, autunno o primavera?
Poi occorre un’emozione: tristezza, paura, meraviglia, gioia, rabbia, disprezzo. Nella musica la parte più emozionante è la melodia, il canto che incanta, ciò che determina il successo e le royalty di ogni brano. Trasmettete emozioni o siete freddi come marciapiedi?
La terza fonte di ispirazione nasce dalla risonanza. Chi vi parla suscita interesse o vi lascia indifferenti, vi trovate d’accordo o in conflitto? In musica si chiama armonia. Nel leader è la capacità di trovare accordi e trasmettere energia.
Infine il timbro, il sound, il colore del tono, ciò che conferisce un’identità precisa, unica e irripetibile: rock, hip hop, jazz, tango, reggae, etc. Perché ciò succeda dovete diventare un modello, meglio se originale, le imitazioni non ispirano tanto. Good inspiration!

Caro Babbo Natale 2017

Caro Babbo Natale,
quest’anno non ti chiedo regali e nemmeno consigli. Ormai ho tutto, TV led ultra HD, computer, notebook, iphone X, i-pad, i-watch, Bimbi, Netflix e una ventina di smart box ancora da aprire. Ormai so tutto e quando ho dei dubbi vado su Google o chiedo a Grillo e Casaleggio. Ormai so fare tutto e quando non so fare cerco tra i milioni di tutorial quello che mi serve. Faccio lasagne, bombe, acquari per delfini. Ormai non credo più a niente: ho visto la prima Repubblica, la seconda, le Torri Gemelle, Lehman Brothers e il salvataggio di Alitalia.

Ho bisogno di qualcuno che mi ispiri fiducia! che mi motivi a lavorare con piacere! che mi aiuti a pensare positivo! che mi spinga a dare il meglio di me! che mi aiuti a credere nelle mie possibilità e in quelle degli altri! che mi faccia pensare a un mondo migliore!  Ho bisogno di una ispirazione! Babbo Natale, puoi fare qualcosa?

A presto!

#leaderispirativo

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Il neurone è intelligente

Ogni volta che comunichi, secondo un vecchio studio del 1967 di Albert Mehrabian, le parole che pronunci valgono solo il 7%. Il restante 93% (paraverbale 38% e non verbale 55%) riguarda il tono, i gesti, la postura, l’abbigliamento. All’epoca non si conoscevano ancora i neuroni a specchio. Oggi grazie alle scoperte di Giacomo Rizzolati (“So quel che fai”, Cortina Editore), sappiamo che oltre a quello che dice Albert, trasmetti emozioni e addirittura intenzioni! Che intenzioni hai? Mi posso fidare oppure no? Dalle intenzioni all’ispirazione il passo è breve.  Ispiri fiducia? trasmetti aria fritta o concretezza? conoscenza o sentito dire?  Ogni volta che le parole, i gesti, le emozioni e le intenzioni non sono perfettamente allineati non trasmetti suoni, ma rumori, qualcosa di incomprensibile e talvolta fastidioso.  Occhio! anzi, orecchio!!!

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#leaderispirativo

 

Movimento Art.1

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Il movimento Art.1 si propone di eliminare dall’articolo 1 della Costituzione Italiana la parola “lavoro” e di sostituirla con la parola “arte” (nel suo doppio significato di “bellezza” e “techne”). Da quel giorno qualsiasi prodotto fabbricato interamente in Italia dovrà diventare un’opera d’arte. Un’utopia che per molte aziende italiane è già realtà, e che consente all’Italia di diffondere la bellezza nel mondo.

L’arte non riguarderà soltanto la moda, l’alimentare o il design, ma pervaderà le tecnologie, le discipline scientifiche, la medicina, la chimica, insomma tutto ciò che nasce interamente in Italia. La piccola dimensione delle imprese italiane da “punto di debolezza” si trasformerà in “punto di forza”, garantendo grazie alla formazione “artistica” dei collaboratori, qualità e innovazione continua. Le imprese “art. 1”,  grazie all’esportazione, creeranno posti di lavoro e sviluppo economico. Il 23 giugno 2016, in occasione di una serata di fundraising organizzata dalla Onlus Anticrisi Day, ho presentato il Manifesto Art.1 presso l’atelier Zagato di Arese. Vittorio Sgarbi, ospite della serata, lo ha letto e commentato pubblicamente, condividendo 8 articoli su 10. Non male come debutto. Per saperne di più vai sul sito www.movimentoart1.it.

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L’industria del successo

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L’insieme di tutte queste “ovvietà” però è stata utile. Ha consentito di mettere nero su bianco i nostri pensieri, di misurare i nostri desideri, di dare una forma alle nostre ambizioni. Il “successo” ha creato un’enorme industria in tutti i settori: il “successo” individuale, aziendale, commerciale, politico, scientifico, finanziario, mediatico e molto altro ancora. Se scrivete su google “come avere successo…” in un qualsiasi campo, viene fuori un percorso per ogni esigenza. L’industria del “successo ingegnerizzato” ha  funzionato. Un numero crescente di persone lo hanno raggiunto e questa è stata la migliore riprova della validità del modello. Fin dagli anni ’80 abbiamo analizzato case history, best practice, biografie di grandi leader. Ogni storia rivelava due insegnamenti, tre fasi, dieci passi, sette tappe, cinque mosse, per avere successo. Ovviamente era molto più facile analizzare le storie di successo che crearle, con il rischio di scambiare le cause per gli effetti: non sono le “cinque mosse” a creare il successo ma il successo a creare le “cinque mosse”. Qualche crepa la rivelò l’analisi delle “aziende eccellenti” fallite o in crisi, a soli tre anni dalla loro celebrazione nel famoso best seller di T. Peters e R. Watwrman, “Alla ricerca dell’eccellenza”, ma in molti fecero finta di non vedere.  Da Stanford, Oxford, Harvard, fino alla nostrana Bocconi, tutti pubblicavano articoli, riviste, libri. Decine di guru invadevano il mondo con le loro ricette magiche. Qualcuno maliziosamente si è accorto che, dietro ai grandi “successi”, talvolta si nascondevano lobby, clientele politiche, consorterie, malaffare, concentrazioni di potere economico e mediatico. Ma il “sistema” funzionava perfettamente e per decenni il mondo è andato avanti coltivando il mito del successo: migliaia di imprenditori, milioni di professionisti, persone nate povere e diventate ricche,  grandi manager figli di operai, capitani di industria cresciuti in orfanatrofio. Ci siamo illusi che per avere successo bastasse seguire le “istruzioni per l’uso”. Forse gli unici settori rimasti esclusi da questa grande industria, dove il successo è tuttora imprevedibile e legato al fato, sono quelli in cui il successo è nato: ovvero arte, musica e spettacolo. (continua a leggere)

Il fattore C… la fortuna aiuta gli audaci

fattorecDa alcuni anni i modelli su come avere “successo” sembrano essersi inceppati, ottenerlo è diventato più difficile; la mobilità sociale in Italia si è fermata e in America è in grande declino; ma il successo quando arriva continua a “folgorare”. Folgora Zuckerberg, milionario a 23 anni con facebook; Jan Koum papà di whatsapp, squattrinato che a trent’anni puliva i pavimenti alla Silycon Valley; Christian Sarcuni, milionario a 29 anni con l’app Pizzabo (che, pensate, stampava uno scontrino!); Luca Caprai, che con 4 milioni di braccialetti di macramè venduti in un anno, 400 negozi nel mondo e 51 milioni di fatturato, ha trasformato il cotone in oro. Il successo, anche nel business, è rientrato nell’alveo del “fato”, proprio come ricordavo da bambino (questa estate la canzone di uno sconosciuto, Fabio Ravazzi, “Andiamo a comandare”, ha raccolto 22 milioni di visualizzazioni su youtube). Perché vi dico tutto questo? Perché penso sia giunto il momento di aggiungere alle tradizionali ricette, qualche riflessione sulla “fortuna”. Nel 2013 su I-factor ho pubblicato tredici interviste di imprenditori, e molti riconoscevano nel fattore c… una delle variabili decisive del loro successo. Non penso che mentissero. Risulta ad esempio che molte imprese italiane piccole e medie (alcune fonti parlano di 4000) siano leader mondiali del loro settore pur non rientrando nei canoni dei “business plan manageriali”. Sono i famosi calabroni che volano pur non “potendo fisicamente” volare. E allora, vi chiederete, “noi giovani manager, imprenditori e professionisti cosa dobbiamo fare, aspettare il colpo di C…… o fare qualcosa?”. Mia nonna diceva che la fortuna aiuta gli audaci e i nonni non sbagliano mai…. L’audacia deriva dal latino “audere” – osare, con il prefisso “au” da avere – aspirare avidamente. Per osare occorre fare. Non basta analizzare, pianificare, programmare, valutare, compilare tabelle di excel o power point… Occorre provare, sperimentare, creare, costruire prototipi, testare, vendere, in una parola: fare!  Per avere fortuna bisogna provarne tante, seguire le proprie passioni, ascoltare le pulsioni del mondo, usare tutti i sensi, frequentare il mondo reale, prendere gli autobus, stringere le mani, sentire gli odori delle officine, e soprattutto, guardare avanti. Chi guarda indietro (quello che è successo…) perde potenza. Avete mai visto un centometrista che inizia a correre guardandosi alle spalle? Se ci concentriamo su di noi e su quello a cui aspiriamo avidamente, forse il successo ci arriderà.
Buona fortuna a tutti e buon 2017!!!

Il sale sulla coda del successo

Da circa 30 anni viviamo il “successo” come modello, ovvero pensiamo che si possa riprodurre seguendo un preciso iter di comportamenti e approcci. Noi consulenti siamo nati e ci siamlucertolao riprodotti in gran numero per questo, per creare il “successo”. Degli anni ’60 e ’70 ho ricordi pallidi e sfocati, ma un po’ diversi. Allora il “successo” era più un colpo di fortuna, imprevedibile! C’era un modo di dire : “folgorato dal successo”. Si parlava di “successo” per artisti, musicisti, uomini di spettacolo, calciatori: l’incontro casuale con il manager, il goal fatto all’ultimo minuto, la presenza di un talent scout nel locale, la parte in un film ottenuta come comparsa. Il successo aveva a che fare con il fato, la fatalità, l’imprevedibile, il fortuito, il caso, la coincidenza, paradigmi del pensiero classico. Poi, grazie a Galileo, Cartesio e Newton, abbiamo cercato di comprendere le logiche sottostanti, le relazioni causa-effetto del successo. Cosa abbiamo scoperto? Ad esempio che per raggiungere il “successo” bisogna avere “chiari gli obiettivi”; individuare “le azioni necessarie”; possedere  le “competenze, le risorse e gli strumenti”; avere la “determinazione per non arrendersi” alle prime difficoltà; la “fantasia e la creatività” per superare gli ostacoli; insomma un numero enorme di ovvietà che, a leggerle con distacco, fanno perfino sorridere. Mi viene in mente quando mio nonno da bambino mi diceva che per prendere una lucertola bastava mettergli un granello di sale sulla coda (continua a leggere)