Movimento Art.1

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Il movimento Art.1 si propone di eliminare dall’articolo 1 della Costituzione Italiana la parola “lavoro” e di sostituirla con la parola “arte” (nel suo doppio significato di “bellezza” e “techne”). Da quel giorno qualsiasi prodotto fabbricato interamente in Italia dovrà diventare un’opera d’arte. Un’utopia che per molte aziende italiane è già realtà, e che consente all’Italia di diffondere la bellezza nel mondo.

L’arte non riguarderà soltanto la moda, l’alimentare o il design, ma pervaderà le tecnologie, le discipline scientifiche, la medicina, la chimica, insomma tutto ciò che nasce interamente in Italia. La piccola dimensione delle imprese italiane da “punto di debolezza” si trasformerà in “punto di forza”, garantendo grazie alla formazione “artistica” dei collaboratori, qualità e innovazione continua. Le imprese “art. 1”,  grazie all’esportazione, creeranno posti di lavoro e sviluppo economico. Il 23 giugno 2016, in occasione di una serata di fundraising organizzata dalla Onlus Anticrisi Day, ho presentato il Manifesto Art.1 presso l’atelier Zagato di Arese. Vittorio Sgarbi, ospite della serata, lo ha letto e commentato pubblicamente, condividendo 8 articoli su 10. Non male come debutto. Per saperne di più vai sul sito www.movimentoart1.it.

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L’industria del successo

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L’insieme di tutte queste “ovvietà” però è stata utile. Ha consentito di mettere nero su bianco i nostri pensieri, di misurare i nostri desideri, di dare una forma alle nostre ambizioni. Il “successo” ha creato un’enorme industria in tutti i settori: il “successo” individuale, aziendale, commerciale, politico, scientifico, finanziario, mediatico e molto altro ancora. Se scrivete su google “come avere successo…” in un qualsiasi campo, viene fuori un percorso per ogni esigenza. L’industria del “successo ingegnerizzato” ha  funzionato. Un numero crescente di persone lo hanno raggiunto e questa è stata la migliore riprova della validità del modello. Fin dagli anni ’80 abbiamo analizzato case history, best practice, biografie di grandi leader. Ogni storia rivelava due insegnamenti, tre fasi, dieci passi, sette tappe, cinque mosse, per avere successo. Ovviamente era molto più facile analizzare le storie di successo che crearle, con il rischio di scambiare le cause per gli effetti: non sono le “cinque mosse” a creare il successo ma il successo a creare le “cinque mosse”. Qualche crepa la rivelò l’analisi delle “aziende eccellenti” fallite o in crisi, a soli tre anni dalla loro celebrazione nel famoso best seller di T. Peters e R. Watwrman, “Alla ricerca dell’eccellenza”, ma in molti fecero finta di non vedere.  Da Stanford, Oxford, Harvard, fino alla nostrana Bocconi, tutti pubblicavano articoli, riviste, libri. Decine di guru invadevano il mondo con le loro ricette magiche. Qualcuno maliziosamente si è accorto che, dietro ai grandi “successi”, talvolta si nascondevano lobby, clientele politiche, consorterie, malaffare, concentrazioni di potere economico e mediatico. Ma il “sistema” funzionava perfettamente e per decenni il mondo è andato avanti coltivando il mito del successo: migliaia di imprenditori, milioni di professionisti, persone nate povere e diventate ricche,  grandi manager figli di operai, capitani di industria cresciuti in orfanatrofio. Ci siamo illusi che per avere successo bastasse seguire le “istruzioni per l’uso”. Forse gli unici settori rimasti esclusi da questa grande industria, dove il successo è tuttora imprevedibile e legato al fato, sono quelli in cui il successo è nato: ovvero arte, musica e spettacolo. (continua a leggere)

Il fattore C… la fortuna aiuta gli audaci

fattorecDa alcuni anni i modelli su come avere “successo” sembrano essersi inceppati, ottenerlo è diventato più difficile; la mobilità sociale in Italia si è fermata e in America è in grande declino; ma il successo quando arriva continua a “folgorare”. Folgora Zuckerberg, milionario a 23 anni con facebook; Jan Koum papà di whatsapp, squattrinato che a trent’anni puliva i pavimenti alla Silycon Valley; Christian Sarcuni, milionario a 29 anni con l’app Pizzabo (che, pensate, stampava uno scontrino!); Luca Caprai, che con 4 milioni di braccialetti di macramè venduti in un anno, 400 negozi nel mondo e 51 milioni di fatturato, ha trasformato il cotone in oro. Il successo, anche nel business, è rientrato nell’alveo del “fato”, proprio come ricordavo da bambino (questa estate la canzone di uno sconosciuto, Fabio Ravazzi, “Andiamo a comandare”, ha raccolto 22 milioni di visualizzazioni su youtube). Perché vi dico tutto questo? Perché penso sia giunto il momento di aggiungere alle tradizionali ricette, qualche riflessione sulla “fortuna”. Nel 2013 su I-factor ho pubblicato tredici interviste di imprenditori, e molti riconoscevano nel fattore c… una delle variabili decisive del loro successo. Non penso che mentissero. Risulta ad esempio che molte imprese italiane piccole e medie (alcune fonti parlano di 4000) siano leader mondiali del loro settore pur non rientrando nei canoni dei “business plan manageriali”. Sono i famosi calabroni che volano pur non “potendo fisicamente” volare. E allora, vi chiederete, “noi giovani manager, imprenditori e professionisti cosa dobbiamo fare, aspettare il colpo di C…… o fare qualcosa?”. Mia nonna diceva che la fortuna aiuta gli audaci e i nonni non sbagliano mai…. L’audacia deriva dal latino “audere” – osare, con il prefisso “au” da avere – aspirare avidamente. Per osare occorre fare. Non basta analizzare, pianificare, programmare, valutare, compilare tabelle di excel o power point… Occorre provare, sperimentare, creare, costruire prototipi, testare, vendere, in una parola: fare!  Per avere fortuna bisogna provarne tante, seguire le proprie passioni, ascoltare le pulsioni del mondo, usare tutti i sensi, frequentare il mondo reale, prendere gli autobus, stringere le mani, sentire gli odori delle officine, e soprattutto, guardare avanti. Chi guarda indietro (quello che è successo…) perde potenza. Avete mai visto un centometrista che inizia a correre guardandosi alle spalle? Se ci concentriamo su di noi e su quello a cui aspiriamo avidamente, forse il successo ci arriderà.
Buona fortuna a tutti e buon 2017!!!

Il sale sulla coda del successo

Da circa 30 anni viviamo il “successo” come modello, ovvero pensiamo che si possa riprodurre seguendo un preciso iter di comportamenti e approcci. Noi consulenti siamo nati e ci siamlucertolao riprodotti in gran numero per questo, per creare il “successo”. Degli anni ’60 e ’70 ho ricordi pallidi e sfocati, ma un po’ diversi. Allora il “successo” era più un colpo di fortuna, imprevedibile! C’era un modo di dire : “folgorato dal successo”. Si parlava di “successo” per artisti, musicisti, uomini di spettacolo, calciatori: l’incontro casuale con il manager, il goal fatto all’ultimo minuto, la presenza di un talent scout nel locale, la parte in un film ottenuta come comparsa. Il successo aveva a che fare con il fato, la fatalità, l’imprevedibile, il fortuito, il caso, la coincidenza, paradigmi del pensiero classico. Poi, grazie a Galileo, Cartesio e Newton, abbiamo cercato di comprendere le logiche sottostanti, le relazioni causa-effetto del successo. Cosa abbiamo scoperto? Ad esempio che per raggiungere il “successo” bisogna avere “chiari gli obiettivi”; individuare “le azioni necessarie”; possedere  le “competenze, le risorse e gli strumenti”; avere la “determinazione per non arrendersi” alle prime difficoltà; la “fantasia e la creatività” per superare gli ostacoli; insomma un numero enorme di ovvietà che, a leggerle con distacco, fanno perfino sorridere. Mi viene in mente quando mio nonno da bambino mi diceva che per prendere una lucertola bastava mettergli un granello di sale sulla coda (continua a leggere)

Lettera a Gesù Bambino

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Caro Bambin Gesù,

quest’anno al posto di

  • tre candele cinesi a forma di babbo natale
  • una smart box  con un brunch dal “gallo fritto”per due persone
  • tre confezioni di sale grosso dell’Everest e due di pepe “bio bio”
  • un viaggio alle Maldive tutto compreso bevande escluse
  • due cuvette di Sangiovese in “purezza”
  • 5 giga gratuiti a soli 5 euro con disdetta automatica che dopo ti applichiamo la penale;
  • 250 nuovi amici sconosciuti su facebook
  • 5 competenze che non hai ma c’è chi giura il contrario su linkedin!

per favore

  • aiutaci ad andare dove vogliamo andare…;
  • …e se non sappiamo dove andare, a capire cosa ci piace, cosa ci fa sorridere, cosa ci rassicura, cosa ci dà energia, cosa ci fa sentire vivi, forse ci apparirà la direzione verso la quale andare;
  • …e se nonostante gli sforzi non ci apparirà alcuna direzione, aiutaci a stare dove stiamo, ad accettare quello che siamo, ad apprezzare ciò che abbiamo;
  • aiutaci a fare più proposte e a dire meno “si però!”; a fare ciò che diciamo e a non dire ciò che non possiamo fare; ad ascoltare non le parole, ma quello che le persone ci vogliono dire;
  • portaci qualcosa di vero e autentico e aiutaci a riconoscerlo tra i falsi e le imitazioni;
  • aiutaci a riscoprire i sensi meno usati come il tatto e l’odorato, e ad apprezzare il silenzio e la buona musica.

Caro Gesù Bambino,

aiutaci a fare tutto questo e, se non potrai aiutarci, ci proveremo lo stesso!

Competere o combattere? questo è il problema!

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In questi giorni uno dei temi trattati dal festival della filosofia di Modena è la “competizione”, uno degli argomenti più cari a chi si occupa di strategia, marketing e management. La storia degli ultimi anni ci propone un modello di competizione selvaggia,  mors tua vita mea, selezione naturale del più forte a scapito del più debole, ma come sempre, non è tutto  così semplice e scontato.
Intanto sappiamo che non sopravvive sempre il più forte. E’ successo con i Dinosauri, tra Davide e Golia, ma anche con Lheman Brother e Banca Sella (una piccola banca storica italiana), tra Ferrari e Fiat.  La differenza tra competere e combattere è sottile ma sostanziale e va recuperata. Competere, significa dal latino cum-petere, cercare insieme.

Chi fa una petizione, chiede,  cerca di ottenere un risultato. Combattere invece contiene in sé la violenza del battuere, percuotere, bastonare. Gli obiettivi sono completamente diversi. Nel mondo degli affari chi compete vuole soddisfare il mercato, chi combatte, annientare il nemico. Il primo si concentra su se stesso per scoprire il proprio limite, il secondo si concentra sul nemico perdendo di vista se stesso e un orizzonte più ampio. Il primo sviluppa le competenze, il secondo copia le virtù del nemico cercando di farle costare meno. Non sapremo mai se vince di più chi compete o chi combatte. Nel breve forse la spunta il più combattivo, ma nel lungo periodo noi puntiamo su chi compete. Vi proponiamo comunque un piccolo schema su cui riflettere.

Chi compete Chi combatte
si concentra su se stesso e sul mercato si concentra sul nemico
si pone obiettivi di lungo periodo si pone obiettivi di breve
ricerca lotta
corre rincorre
sviluppa competenze sviluppa prodotti
sviluppa alleanze sviluppa nemici
attrae le passioni attrae le ambizioni
innova copia
è leader è follower
parla bene della concorrenza parla male della concorrenza

Pelle, skai, vilpelle, ecopelle: le consonanze che fanno la differenza!

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Più o meno tutti vi sarete imbattuti nell’equazione 1+1=3 . La si usa per dire che l’unione fa la forza; che un sistema vale più della somma delle sue parti; che l’organizzazione crea più valore di quanto sia producibile dagli individui che la compongono. In musica l’armonia valorizza le parti che la compongono attraverso la consonanza. Che cos’è e come funziona? Poco tempo fa, in un negozio di valigie, mi offrono uno zainetto in ecopelle. Mi sono detto: ecco la consonanza.

Due suoni consonanti, risuonano, producono energia, rimangono impressi più della loro somma. Per essere consonanti occorrono però due condizioni, devono suonare insieme, ma soprattutto devono avere qualcosa in comune. Molti anni fa avere una borsa in “vera pelle” comunicava oltre alla qualità dell’oggetto anche lo “status” di chi la possedeva, “per lui” era stato sacrificato un animale: la consonanza era pelle-prestigio. Poi la chimica ha inventato lo skai, un composto vinilico molto simile alla pelle. Per alcuni anni lo skai ha rappresentato il progresso della ricerca scientifica e qualche cultore della scienza e della tecnica si sarà pure vantato di avere in casa le poltrone in skai: la consonanza era pelle-progresso. Poi dopo il boom economico è arrivato il benessere di massa, la cultura dell’immagine. La pelle non era più un valore assoluto (tutti potevano permettersela), ma nemmeno lo skai che è diventato vile (vilpelle): la consonanza è diventata pelle-povero. Poi la consonanza è cambiata ancora e, con l’intermezzo dell’alcantara (finta pelle-camoscio) dall’aura nobile, oggi si parla con fierezza di “ecopelle”, interpretando una cultura ambientalista rispettosa degli animali: la consonanza è diventata pelle-rispetto dell’ambiente. L’abbinamento di due parole, o due concetti, fa aumentare il valore espresso dalla comunicazione: 1+1=3. Per essere consonanti le note devono essere sia diverse sia consone, nel senso che devono stare bene insieme, andare d’accordo, essere conformi (stessa forma), adeguate.

Se avete un prodotto che non funziona più, provate a cercare le sue consonanze. Con chi potrebbe andare d’accordo? Con chi condivide la forma? A quale modo di pensare è conforme? Magari scoprite nuovi pubblici, nuovi canali, nuovi abbinamenti. Succede nella moda quando vengono riproposti vecchi modelli che sembravano superati, ma è successo anche nell’auto con la nuova 500 e la Mini, nella moto con Moto Guzzi e Harley Davidson. Nella musica si chiamano “arrangiamenti”, vecchie melodie riproposte con nuovi strumenti e nuovi ritmi. Dino Gavina, grande design con cui ebbi l’onore di lavorare, produsse uno dei tavolini più belli in circolazione, un tavolino che dopo tanti anni risuona ancora. Si chiama traccia… e davvero lascia il segno. La consonanza è tripla: tavolino-uccello-opera d’arte.